Il cappotto di Nikolaij Gogol’
18 luglio 2011 da Ivana QUno dei tanti racconti che ho letto negli ultimi tempi, dopo la malinconia di un pò di sana letteratura, con grandi autori del passato, è “Il cappotto” di Nikolaij Gogol’. Parla di un uomo, Akakij Akakievic, per il quale la sua professione di impiegato addetto alla copiatura di lettere e documenti ufficiali, rappresentava tutta la sua vita. Il racconto inizia con lo spiegare l’origine del suo nome, e già da questo punto si capisce che si tratta di un personaggio che può passare inosservato, ma poi viene descritto talmente tanto bene, non tanto fisicamente quanto caratterialmente, attraverso i suoi gesti quotidiani, che il lettore ha un’idea precisa del protagonista sin dalle prime pagine.
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Siamo nella prima metà del XX secolo, ai piedi delle Alpi, in Provenza. La zona è fatta di terra e sterpi, chi la percorre ne sente tutta l’inospitalità. In un viaggio a piedi in solitaria tra quelle colline, lo scrittore Jean Giono, stremato dal vento tagliente e dall’arsura, incontra una personalità indimenticabile: un pastore solitario e tranquillo che si è ritirato a vivere in quel luogo, in totale solitudine, dopo la perdita di moglie e figlio.
“Io sono uno che si mette in viaggio quando ne vale proprio la pena” e vale realmente la pena di dedicare un po’ di tempo a questo delicatissimo libricino sul senso della vita, attraverso l’amicizia. Immagini ad acquerello, ne accompagnano la lettura fino alla fine, richiamando quella pace che solo la saggezza sa infondere. Questo è il concetto: una distanza materiale non potrà mai dissolvere un legame solido e vero. Questo, almeno, ad un primo piano di lettura: diversissime sono, infatti, le possibili chiavi interpretative di questo breve testo: dalla favola ispirata, alla melliflua riproposta di vecchi sentimentalismi, fino ad un lucido e simbolico dare risposta alle più antiche questioni di senso.
Albert Camus scrive questo romanzo un anno prima del premio Nobel, conferitogli per “aver messo in luce i problemi che si pongono alla coscienza dei contemporanei”.